Quello che le donne [non] dicono

di Valeria Collevecchio

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    Una settimana fa il terremoto in Emilia. 7 morti. 7000 sfollati. Pamela è delegata FIOM di un’azienda. Così racconta il suo terremoto.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Il boato della terra che trema, rimarrà per sempre. Eppure sono, siamo qui.
    Dopo la sicurezza di esserci, della casa che ha tenuto, dei familiari sani e salvi, ho pensato alla mia azienda.

    Strano ripensandoci ora.

    Alle 10.30 di domenica mattina mi sono presentata in VM. Per capire, per sapere, per assicurarmi che non ci fosse nessuno dentro al momento della scossa. Le notizie dei morti erano già note. Nessuno dentro.
    La dirigenza era presente per assicurarsi che lo stabilimento fosse sicuro e agibile. Lunedì mattina, nonostante fossi in cassa integrazione, alle sette ero dentro.
    Un dirigente, senza neanche guardarmi in faccia, ripeteva scocciato che lo stabilimento era sicuro. Il suo problema era la linea ferma.
    Volevo vedere, toccare, parlare con la mia gente, i miei lavoratori, volevo sapere come stavano. Perché loro erano lì. Scioccati, preoccupati, ma con un senso del dovere immenso.
    Lì, sul loro posto di lavoro, e mi chiedevano garanzie sulla sicurezza, se avevo visto le crepe, se potevano e dove scappare nel caso di una nuova scossa.

    Lavorano in un clima surreale. Leggi tutto…

  • Ho percorso e ripercorso i tuoi passi di quel sabato mattina come tutti gli altri…

    Mi sono fermata proprio lì nel punto dove uno scoppio senza perché ti ha portato via e ha portato via il sorriso a tutti i ragazzi di Brindisi.

    Ti eri svegliata alle sei per non fare tardi quel 19 maggio.

     Fuori c’era il sole e dopo le lezioni sarebbe stata festa fino al lunedì mattina… Il fine settimana, il momento più atteso… da passare con la tua amica Selena che ora, in ospedale con ustioni su tutto il corpo,  aspetta ancora di riabbracciarti e non sa che tu non ci sei più. Leggi tutto…

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    “Se ho scelto di fare la poliziotta non posso tirarmi indietro. So benissimo che fare l’agente di polizia in questa città è più difficile che nelle altre, ma a me piace”.

    Queste parole disse Emanuela appena arrivò a Palermo.

    Aveva solo 24 anni. 

    Era la prima donna ad entrare a far parte di una scorta assegnata ad obiettivi a rischio, e ne era fiera, felice: il suo sogno si era finalmente avverato. Leggi tutto…

  • Questa è la storia di una donna coraggiosa e forte, emotiva e piena di speranza, Lea Garofalo. E di sua figlia Denise che della madre ha preso la voglia di vivere ed il coraggio di denunciare la violenza mafiosa.

    “Mi chiamo Cosco, ma mia mamma voleva cambiarmi il cognome, voleva che mi chiamassi come lei, Garofalo, ma non ha fatto in tempo”.

    Denise non ama quel suo cognome, ma il suo non è un rifiuto dei parenti, degli amici, della Calabria dove è nata 20 anni fa e che, comunque, le manca. Il suo cognome, è purtroppo il segno del suo dramma, del suo coraggio, del suo dolore e della sua forza.

    E anche della sua speranza di ricostruire presto una vita da giovane come le altre.

    Le hanno ucciso la madre, Lea Garofalo, testimone di giustizia, hanno sciolto il suo corpo nell’acido.

    E ad ucciderla, scrive una sentenza, è stato suo padre, Carlo Cosco, con la complicità della sua famiglia e dell’unico ragazzo cui abbia dato confidenza e per la quale abbia sentito sentimenti di affetto vero, l’unico di cui si fidava, ma che invece l’ha usata come esca. Leggi tutto…

  • “Non mi riprendete il volto, non ha importanza il mio viso in questa storia”.  E’ la prima cosa che dice, ruvida,  appena arriviamo.

    L’appuntamento è in un luogo “neutrale”. Non a casa sua, non sul luogo del fattaccio, non in un bar del paese, non per strada. Leggi tutto…

  • mag1

    Anna

    ore14:29

    “Altro che festa dei lavoratori, grida Anna, qui dobbiamo iniziare a pensare al primo maggio come la festa della disoccupazione!”

    Torino, stabilimento Saturno, indotto Fiat. Una cinquantina di operaie, fuori dai cancelli, presidiano la loro fabbrica che non c’è più. Chiude la Saturno, gli ordini sono crollati. Chiude l’Alfaplast. Chiudono centinaia di micro realtà che ruotavano attorno al gigante Mirafiori. Leggi tutto…

  • Teresa ha un amore. Si chiama Vincenzo ma lei lo chiama Ninì.

    Da 35 anni, da quando si sono conosciuti, ogni mattina si svegliano insieme, si fanno un caffè e vanno a lavorare. Prima per i mercati, poi per il negozio di abbigliamento che hanno preso in affitto nel centro di Ginosa dopo tanti sacrifici.

    Teresa ha tre stelle, i suoi figli.

    Quel giorno Vincenzo l’ha lasciata a casa dopo la chiusura del negozio. “Intanto fai il caffè che arrivo”, le ha detto, dopo averle messo una mano sul collo, dopo averla insistentemente baciata. “Strano”, pensava Teresa. Lui doveva passare due minuti in banca, solo due minuti. Da tre settimane ci andavano tutte le mattine. Per quel prestito, quell’assegno, quei maledetti documenti che non arrivavano mai. Stava giù, Vincenzo, si era fissato. non pensava ad altro. “Le umiliazioni non sopportava, chi calpestava la sua dignità”, dice oggi Teresa stringendosi al petto, quasi aggrappata,  l’agenda, il biglietto letto e riletto mille volte.

    Tarda Vincenzo, non torna. Passano le ore, la sua Teresa si preoccupa. Chiama, telefona. Nessuno sa niente. Dopo ore si allarma. Luca, il secondo figlio,  va in campagna a cercare il padre. Trova la macchina sul bordo della strada. Chiusa. Corre per i campi. Lo trova. Appeso ad un albero. Lo abbraccia. E’ troppo tardi.

    E’ arrabbiata, Teresa. Con lui. Che non ci ha creduto, che non le ha detto niente: “C’ero io qua, ci sono sempre stata, accanto a lui, che problema c’era?”

    Gli scrive tutti i giorni ora, gli dice tutto. Il vuoto, il sovrumano sforzo ad alzarsi tutte le mattine da quel letto troppo largo, di sorridere davanti agli occhi tristi dei tre ragazzi, di aprire quel maledetto negozio, di non arrendersi.

    Teresa aveva un grande amore.

    Si chiamava Vincenzo, ma lei lo chiamava Ninì.  

    Dedico questo primo maggio, questa festa del lavoro a tutti quelli che resistono, a tutti quelli che non ce la fanno, a tutti quelli che sono rimasti.

    [Valeria Collevecchio]

  • Quando arriva a Chiomonte, mercoledì 11 aprile, Marisa è triste, arrabbiata e forse anche un po’ rassegnata. Ma battagliera come sempre.

    I capelli grigi, corti e un po’ scomposti. Una faccia che sa di aria pura, degli inverni della Valle. Le gote rosse di chi lavora all’aria aperta a 30 gradi come a zero. I pantaloni della tuta. Una giacca beige. La tenuta da lavoro, come si veste da più di trent’anni per andare nei campi, a fare la terra. Come, forse, non potrà più fare qui. Perché la sua terra, tra tante altre, servirà ad altro. Servirà per farci i lavori della linea del treno ad alta velocità Torino-Lione. Sono anni che anche Marisa lotta contro quella linea, “ed è il Tav,  non la Tav, mica si dice la treno!”. Leggi tutto…

  • “Come donne nessuno ci ha regalato niente”.

    E’ la sua frase più celebre.

    Compiva ottant’anni, Miriam Mafai, all’anagrafe Maria, quando diceva:

     “Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai. Le conquiste delle donne sono ancora troppo recenti”.

    Noi seguiamo il suo consiglio, cerchiamo di non abbassare mai la guardia. E oggi che non c’è più, la vogliamo salutare così, Miriam, con le sue stesse parole, tratte dalla prefazione del suo libro Pane Nero. Leggi tutto…

  • Suo figlio Luigi oggi sarebbe maggiorenne.

     Invece la sua vita si è interrotta all’Aquila. Quella maledetta notte di tre anni fa, alle 3 e 32, quando la terra ha inghiottito 309  innocenti. Luigi, suo figlio, aveva 15 anni. Dormiva al Convitto Nazionale. Abitavano a Trasacco, troppo lontano per frequentare le superiori, avanti e indietro, ogni mattina.

    Meglio il Convitto, il collegio. Qualche sacificio, la struggente nostalgia per la lontananza, la preoccupazione di madre, ma un futuro per Luigi. Leggi tutto…

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