Quello che le donne [non] dicono

di Valeria Collevecchio

  • ott14

    Jennifer

    ore18:39

    Quando arrivo, alle prime luci dell’alba, il campo è immerso nel rumore.

    Le macchine, i camion, i tir già sfrecciano sulla vicinissima  tangenziale. Mi inoltro attraverso le case prefabbricate che da tempo hanno sostituito i camper, le tende, le roulotte. I panni stesi, all’esterno, e qualche bicicletta appoggiata alla parete, ma soprattutto il robusto cancello all’entrata, lasciano intuire che gli abitanti di questo posto sono “zingari”, rom di origine kosovara, stanziali da una vita.

    Lei è già lì,  sorridente,  con il suo enorme zaino rosa sulle spalle. E’ pronta per andare a scuola. Si avvicina, curiosa. Ho la netta sensazione che ci aspettasse da chissà quanto.

     “Io mi chiamo Jennifer, e tu? ” mi chiede puntandomi quegli occhi neri neri fissi addosso. Cerca di capire come la penso su di lei, su di loro. Cerca di capire se sono amica o nemica.

    “Valeria” rispondo con un sorriso “che classe fai?”

    “Faccio la quarta  A” mi sorride, fiera, poi scappa via. E’ tardi. Devono partire tutti insieme, dal campo, un centinaio di bambini di asilo, elementari e medie.

    E oggi vanno a piedi.

    Si perchè il sindaco di Brescia ha deciso che non ci sono più i soldi per lo scuolabus che per anni li ha portati tutti a scuola, dal campo. Ha sommato tutti i soldi di pagamenti arretrati che le famiglie rom non hanno pagato negli ultimi anni, e ha annunciato che finchè tutti i debiti non saranno saldati, niente scuolabus, niente mensa, e soprattutto, niente scuola materna per i fratellini terzi e quarti nati (che avrebbero una esenzione quasi totale) perchè i loro fratelli maggiori non hanno pagato la mensa negli ultimi anni. Come dire, le colpe dei più grandi ricadano sui più piccoli.

    Ma loro, i piccoli, dall’inizio della scuola ci provano lo stesso ad entrare. Zaino in spalla, manina nella mano della mamma, si avventurano, con tutti gli altri, sulla terribile tangenziale.

    La scena è di quelle che non sono degne di un paese civile: un colorato gruppo di ragazzini che, quasi in fila indiana, percorrono il ciglio di una strada a scorrimento veloce schiacciati sul guardrail per non essere investiti, mentre a lato macchine, tir, camion, sfrecciano in velocità sull’asfalto. E per fortuna oggi non piove come ieri, che con tutti gli spruzzi i bambini sono arrivati a scuola bagnati come pulcini.

    Un quarto d’ora così, metro dopo metro, passo dopo passo, a schivare le macchine. “Abbiamo paura – mi rivela Jennifer con semplicità mentre camminiamo vicine – tutti abbiamo paura. Le macchine passano veloci e ci possono “indossare”…

    Oggi le macchina non hanno “indossato” nessuno. Arrivano a scuola sani e salvi, suona la campanella, i più grandicelli corrono dentro. Alle dodici e mezza dovranno uscire mentre i loro compagni andranno a mensa…per poi rientrare alle 14.30  quando i loro compagni rientreranno in classe.

     I piccoli provano, come ogni mattina,  ad avviarsi dentro la vicina scuola materna. Rifiutati. Ancora una volta. La scuola, per loro, è chiusa. Piangono. Si allontanano, con lo zainetto di Winnie-the-pooh che gli ciondola sulla schiena. Anche oggi non servirà.

    Un passante vede la scena e commenta “Sono loro, gli zingari, che non si vogliono integrare”.

    (Valeria Collevecchio)

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  • Un commento

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    • perchè non organizzate una colletta per saldare il debito? E’ facile indignarsi senza mettersi minimamente in gioco….

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