Quello che le donne [non] dicono

di Valeria Collevecchio

  • set19

    Domenica

    ore19:35

    L’ho incontrata per la prima volta davanti a Montecitorio, nell’ottobre del 2011. 

    Era insieme alle “altre”: Patrizia, la mamma di Federico Aldrovandi, Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi, Lucia, la sorella di Giuseppe Uva.

    Lei, Domenica, era lì come “figlia”. 

    Se ne stava  seduta in disparte, un po’ “fuori contesto”, un pesce fuor d’acqua.

    Non era una veterana come le altre: suo padre, Michele Ferrulli, era morto da appena quattro mesi, a Milano, dopo un incontro ravvicinato, troppo ravvicinato, con 4 agenti della polizia. 

    Non sapeva cosa dire, cosa fare, davanti a Montecitorio, di fronte alle gigantografie che mostravano quattro uomini con i volti tumefatti, gli occhi gonfi, gli sguardi spenti. Non era abituata a chiedere giustizia, a parlare ai microfoni, a combattere. A soli 27 anni era troppo giovane per tutto questo dolore.

    Mi aveva piantato subito quegli ipnotici occhi verdi addosso. Pieni di rabbia, liquidi di disperazione. “C’è un video, è tutto provato. Nessuno potrà affermare il contrario. Me l’hanno ammazzato, papà. L’hanno picchiato mentre era a terra. Si vede tutto, tutto”. Era preoccupata, Domenica, che qualcuno potesse mischiare le carte, nascondere i fatti, negare l’evidenza. Aveva paura che trattandosi di quattro agenti le cose potessero essere più difficili, le indagini più farraginose, i tempi più dilatati.

    Ma subito, dal primo istante, aveva deciso di combattere. Per la giustizia, per la verità, per non lasciare impunita l’assurda morte di suo padre.  Perchè non si può morire una sera di fine giugno in mezzo a una strada della periferia sud est di Milano, a 51 anni, solo perchè una volante della polizia intervenuta per schiamazzi ti ferma, ti immobilizza a terra e…

    Quello che è successo dopo lo mostra il filmato, girato da un passante e consegnato alla famiglia. Quattro agenti picchiano un uomo a terra. Guardare quei pochi, interminabili secondi non è facile. Quattro contro uno. Quattro in divisa contro uno immobilizzato a terra. A lungo, troppo a lungo. Fino alla fine. Fino a causarne la morte, secondo l’accusa. Una scena che rimane impressa negli occhi, nella mente, nello stomaco, fino a far male. Immagini che gridano vendetta.

    E così Domenica chiama, telefona, si informa, si espone, si mette in gioco, parla, grida, piange, accusa, entra in rete con le altre, che da tempo combattono la sua stessa battaglia. E, notizia di due giorni fa, vince.

    La vittoria, parziale per adesso, si chiama “rinvio a giudizio”.

    E c’è di più.

     L’accusa si aggrava rispetto a una prima ipotesi: da omicidio colposo il reato diventa omicidio praeterintenzionale. 

    “Colpevoli di negligenza, imprudenza, imperizia, di  eccesso nei limiti del legittimo intervento percuotendo ripetutamente la persona offesa in diverse parti del corpo pur essendo in evidente superiorità numerica e continuando a colpirlo anche attraverso l’uso di corpi contundenti”, sono parole del pm, scritte nella richiesta di rinvio a giudizio.

    Il processo dunque si farà. I quattro siederanno sul banco degli imputati, il 4 dicembre prossimo.

    E’ solo un primo passo, è solo l’inizio. La strada è ancora lunga, dolorosissima.  Domenica lo sa.  Figlia forte, coraggiosa, tenace.

    E’ pronta. 

    Lo fa per suo padre, anche se nessun processo, nessuna sentenza, potrà mai restituirglielo.

    [Valeria Collevecchio] 

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  • Un commento

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    • Carlo Enrico Leale scrive:

      Grazie Valeria per aver voluto regalarci una preziosa testimonianza, appena rientrata al lavoro.

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