Quello che le donne [non] dicono

di Valeria Collevecchio

  • giu24

    Grazia

    ore19:27

    “Ma come, in un processo così importante, con tutti i parenti delle vittime di fronte, quello dorme?”

    Ce l’ha con un giudice della corte che durante l’udienza sonnecchia.

    Mi colpisce l’indignazione di questa ragazza bellissima, dagli occhi chiari, i capelli ricci ricci, la pelle bianca. E’ giovane. Molto, forse troppo.

    La incontro tra gli austeri corridoi della Cassazione durante l’ultimo atto del processo Aldrovandi.

    E’ venuta qui anche lei, come Ilaria, Lucia, Domenica, sorelle, figlie di uomini morti mentre erano nelle mani dello Stato.

    Mi dicono che si chiama Grazia, che lei è una “nipote”.

     Che da anni combatte una battaglia. Da sola. Inascoltata.

    La avvicino, e lei è un fiume in piena.

    “Abitiamo vicino Salerno, siamo decentrati, periferici, abbandonati. Mio zio era una brava persona, non aveva mai fatto male a nessuno. L’hanno lasciato morire così, dentro un ospedale, senza farcelo vedere. Legato ad un letto, mani e piedi. Ci sono le immagini, è tutto documentato”.

    Una storia mai sentita.

    Una storia allucinante che si svolge nell’estate del 2009 nel giro di pochi giorni tra Vallo della Lucania, Castelnuovo Cilento e San Mauro Cilento. Paesini che a stento riusciamo a localizzare su una cartina geografica. Sembra un film. Drammatico. Il titolo potrebbe essere “Morte di un maestro anarchico”. Era Francesco, Franco per gli amici. “Il maestro più alto del mondo” per gli alunni. 

    Aveva 58 anni. Un tipo che non passava inosservato. Quando parlava di politica si arrabbiava, era un appassionato di libri, li collezionava addirittura. Non era un uomo tranquillo, Franco. La sua vita era stata segnata da una serie di eventi traumatici che hanno acuito la sua sensibilità, rafforzando in lui delle paure violente e l’avverisone per le forze dell’ordine.

    Sotto processo nel 72 per un omicidio scaturito da uno scontro tra militanti di destra e sinistra, venne assolto nelle file dei “compagni”. Poi, nel 99, scontro con i Carabinieri per una causa futile. Viene portato in caserma, processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, condannato in primo grado come “noto anarchico” e prosciolto con tante scuse in appello. Ma intanto viene considerato soggetto patologico, classificato come aggressivo, raggiunto da due TSO, trattamento sanitario obbligatorio previsto dalla legge, deciso dal sindaco su proposta di un medico, e segue un protocollo rigido e preciso.

    Da anni era tranquillo. Poi, quel 31 luglio del 2009, mentre era in vacanza al mare, viene raggiunto impovvisamente da TSO disposto dal sindaco di un paese che non è il suo. Viene accerchiato dalle Forze dell’Ordine. Scappa verso la spiaggia, spaventato.

    E qui, fa una cosa che nessuno farebbe.

    Qui esprime davvero il suo essere.

    Prende un caffè. Fuma una sigaretta.

    Mentre carabineiri e Guardia costiera gli danno la caccia.

    Lo prendono, lo portano in ospedale. Quattro giorni dopo, il 4 agosto, ne esce cadavere dopo 82 ore di contenzione.

    Ci sono i filmati. Legato. Per giorni. Un edema polmonare lo ha ucciso, dice l’autopsia.

    Ma il rinvio a giudizio di un processo già in corso nel silenzio generale, racconta un’altra storia.

    Sei medici e dodici infermieri del reparto (lo chiamavano “il lager”, ora è chiuso) sono imputati  con l’accusa di  sequestro di persona da cui sarebbe conseguita la morte e, per i soli medici, l’accusa è anche di falso documentale riferito alla cartella clinica.

    Il processo è in corso, forse a settembre la sentenza di primo grado. Nell’indifferenza generale, nell’ostilità del paese, dell’ospedale, del tribunale.

    Grazia ha terminato la sua storia. Ora è svuotata, stanca. “Per favore parlatene, non ci dimenticate”, mi dice salutandomi, intimidita.

    Ciao Grazia. No, non ti dimentico. Te lo prometto.

    [Valeria Collevecchio]

    Comments

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  • 6 Commenti

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    • franca bacchi scrive:

      lavoro nel settore … ho visto un’intervista pochi giorni fa, subito dopo la condanna di primo grado, della nipote di francesco: grazia (donna coraggiosa alla quale va il mio totale appoggio).
      la vicenda, una volta saputi e capiti i fatti, si commenta da sè e va sotto il titolo “la banalità del male”, chiusi i manicomi in italia resta sempre il rischio della mentalità manicomiale.
      … mi ha colpito del racconto di grazia il fatto che alla lettura della sentenza gli infermieri coinvolti, dichirati assolti dalle accuse, hanno esultato … le poche immagini che ho viste del video non lasciano però dubbi sul fatto che in realtà loro non hanno fatto il loro doveroso lavoro di infermieri … erano più carcerieri disinteressati (se non aguzzini veri e propri) … vale sempre per me l’insegnamento di mia nonna “non fare mai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” e vorrei chiedere a quegli infermieri “esultanti” se davvero in scienza e coscienza si sentono “a posto”, se davvero sarebbero esultanti nell’essere trattati da altri come loro hanno trattato francesco … ammesso (e non concesso da quanto se ne è capito) che le condizioni psichiche di francesco necessitassero di un tso … se in tali condizioni si trovassero domani loro o io o chiunque: è in quel modo (che le immagini raccontano così crudamente) che vorrebbero, che vorrei, che chiunque vorrebbe essere trattato … o il disagio mentale grave riguarda solo la mente degli altri ?

    • diciamo : “l’Italia non è un paese per i soggetti deboli… l’Italia è un paese che deve crescere…. l’Italia….”
      L’Italia siamo noi, e quando guardiamo un soggetto più debole di noi, siamo disturbati dal suo essere. Per non far soffrire la nostra essenza non vorremmo mai incontrare un cieco e per questo lo chiamiamo “non-vedente”, non vorremmo parlare ad un sordo, e per questo lo chiamiamo “non udente”, con grazia diamo il nome di “diversamente abile” alle persone che non hanno le nostre caratteristiche.
      Il punto di vista è importante, mettersi nei panni di…. una persona in carrozzina, pensare di essere diversamente abile e attuare le strategie che ci facciano sentire parte integrante della società. Sono poche le persone che senza soffrire si avvicinano al sofferente, è più facile ignorare, non farsi prendere da quel senso di pietas, che fa tanto male, (a noi) ma che fa tanto bene (agli altri).

    • desideria scrive:

      Questa storia atroce mi sta martellando da giorni il cervello,esprimo tutta la mia solidarieta’ e il mio affetto alla famiglia del povero Francesco,siamo un paese indegno di essere definito”civile”!

    • Solidarieta’ alla famiglia del povero Francesco.

    • ferla salvatore scrive:

      Esprimo la mia solidarietà e credo che l’Italia dimostra di non essere un paese civile. Siamo amministrati, sempre più, dal peggio del peggio che ci possa essere. come in politica, in tutte le amministrazioni vanno avanti i raccomandati, ruffiani e farabutti e ciò porta alla deriva del nostro paese. Le conseguenze le pagano i più deboli e quindi i cittadini onesti, civili e pensanti.
      ciao

    • Pasquale Incoronato scrive:

      Gli Uomini Liberi sono uno schiaffo per una società ipocrita. Smascherare per non dimenticare.

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