Quello che le donne [non] dicono

di Valeria Collevecchio

  • nov9

    Dana

    ore18:51

     “Sto con le donne del mondo arabo perché per 20 anni non ho potuto sentire il vento fra i capelli”.

    Canottiera, sguardo deciso, capelli corti. Si mostra così Dana, alla sua macchina fotografica. Si è mostrata così al mondo, quando ha inviato questa foto al gruppo facebook nato dall’idea di un gruppo di donne egiziane, palestinesi e libanesi, che in poco tempo è diventato il più importante e seguito gruppo di discussione sulla questione femminile nel mondo arabo con più di 62mila supporters.

    E così, quando, per festeggiare l’anniversario del sito, le fondatrici hanno lanciato una campagna invitando gli amici e le amiche ad inviare una foto e una frase, lei, Dana, non ci ha pensato un minuto. Si è chiusa in casa, si è tolta quei fastidiosi panni neri che da quando è nata la opprimono, la coprono, la infastidiscono, e a mostrato se stessa come i suoi concittadini per la strada non l’hanno mai potuta vedere, al  mondo intero.

    Un fiume di proteste on line ha convinto il social network a bloccare gli account delle amministratrici della pagina, e così la foto di Dana non si poteva più vedere. Apriti cielo! Centinaia di messaggi da tutto il mondo, hanno chiesto indignate spiegazioni del blocco, che è stato prontamente rimosso.

    Brava Dana. Così sei davvero molto, ma molto carina.

    (Valeria Collevecchio)

  • Riceviamo, e volentieri pubblichiamo.

    “Giovedi 18 ottobre, riunione con i genitori dei bambini di prima” c’era scritto nell’avviso.

     L’ho segnato in agenda con 2 settimane d’anticipo e doppia sottolineatura. Impegno inderogabile, insomma. E se qualcuno, al lavoro,  avesse provato a chiedermi un cambio di turno, ero già pronta a scomodare visite mediche di vitale importanza.

    La verità, NO. Leggi tutto…

  • Ore 12. Roma.

    In un condominio di Cinecittà entrano due donne. Hanno gli occhi gonfi, stanchi e il viso tirato. E’ stata una notte interminabile per Sabrina e Giuliana, una notte fuori casa per cercare di salvare il loro posto di lavoro part time. Un posto conquistato a fatica, con le unghie e con i denti, dopo anni di trattative. Il call center dove sono state assunte sette anni fa a tempo indeterminato, è uno dei più grandi d’ Europa. Ora  una sede chiuderà e loro, come tante altre, diventeranno delle cassaintegrate.

    Hanno combattuto per venticinque ore, hanno litigato, battuto i pugni sul tavolo, hanno minacciato di abbandonare la trattativa poi, esauste e  senza aver raggiunto alcun risultato, sono tornate dai loro figli. Leggi tutto…

  • Quando arrivo, alle prime luci dell’alba, il campo è immerso nel rumore.

    Le macchine, i camion, i tir già sfrecciano sulla vicinissima  tangenziale. Mi inoltro attraverso le case prefabbricate che da tempo hanno sostituito i camper, le tende, le roulotte. I panni stesi, all’esterno, e qualche bicicletta appoggiata alla parete, ma soprattutto il robusto cancello all’entrata, lasciano intuire che gli abitanti di questo posto sono “zingari”, rom di origine kosovara, stanziali da una vita.

    Lei è già lì,  sorridente,  con il suo enorme zaino rosa sulle spalle. E’ pronta per andare a scuola. Si avvicina, curiosa. Ho la netta sensazione che ci aspettasse da chissà quanto. Leggi tutto…

  • L’ho incontrata per la prima volta davanti a Montecitorio, nell’ottobre del 2011. 

    Era insieme alle “altre”: Patrizia, la mamma di Federico Aldrovandi, Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi, Lucia, la sorella di Giuseppe Uva.

    Lei, Domenica, era lì come “figlia”. 

    Se ne stava  seduta in disparte, un po’ “fuori contesto”, un pesce fuor d’acqua.

    Non era una veterana come le altre: suo padre, Michele Ferrulli, era morto da appena quattro mesi, a Milano, dopo un incontro ravvicinato, troppo ravvicinato, con 4 agenti della polizia. 

    Non sapeva cosa dire, cosa fare, davanti a Montecitorio, di fronte alle gigantografie che mostravano quattro uomini con i volti tumefatti, gli occhi gonfi, gli sguardi spenti. Non era abituata a chiedere giustizia, a parlare ai microfoni, a combattere. A soli 27 anni era troppo giovane per tutto questo dolore.

    Mi aveva piantato subito quegli ipnotici occhi verdi addosso. Pieni di rabbia, liquidi di disperazione. Leggi tutto…

  • Elisa, Arianna, Valentina.

    Tre donne, tre generazioni che nella sera di Londra diventano un unico tricolore.

    Un tricolore fatto d’oro, d’argento e di bronzo.

    Tre destini che si intrecciano sulla pedana nel buio dell’arena.

    E’ la gara per il fioretto individuale che apre le nostre olimpiadi. Leggi tutto…

  • In gara Josefa ha messo in pratica quello che nella vita le è sempre venuto d’istinto.

    Quel partire lenta, senza bruciare tutto e subito, quel progredire senza paura della fatica, tenendo d’occhio le avversarie ma soprattutto se stessa. 

    Verso il traguardo.

     E i risultati sono arrivati, eccome. Leggi tutto…

  •  

    Sta in silenzio, non volta mai lo sguardo dall’altra parte, Mirella.

    Seduta in un cortile, ospitata da uno dei suoi vicini, guarda imperterrita la ruspa che, pezzo dopo pezzo, butta giù la sua casa, ormai irrecuperabile dopo il terremoto.

    Una palazzina degli anni Sessanta, a Cavezzo. Emilia.

     E pezzo dopo pezzo se ne va anche la sua anima.

    Non piange, o almeno ci prova.

    Gli occhi però sono gonfi  e rossi. Leggi tutto…

  • “Ma come, in un processo così importante, con tutti i parenti delle vittime di fronte, quello dorme?”

    Ce l’ha con un giudice della corte che durante l’udienza sonnecchia.

    Mi colpisce l’indignazione di questa ragazza bellissima, dagli occhi chiari, i capelli ricci ricci, la pelle bianca. E’ giovane. Molto, forse troppo.

    La incontro tra gli austeri corridoi della Cassazione durante l’ultimo atto del processo Aldrovandi.

    E’ venuta qui anche lei, come Ilaria, Lucia, Domenica, sorelle, figlie di uomini morti mentre erano nelle mani dello Stato.

    Mi dicono che si chiama Grazia, che lei è una “nipote”.

     Che da anni combatte una battaglia. Da sola. Inascoltata.

    La avvicino, e lei è un fiume in piena.

    “Abitiamo vicino Salerno, siamo decentrati, periferici, abbandonati. Mio zio era una brava persona, non aveva mai fatto male a nessuno. L’hanno lasciato morire così, dentro un ospedale, senza farcelo vedere. Legato ad un letto, mani e piedi. Ci sono le immagini, è tutto documentato”.

    Una storia mai sentita. Leggi tutto…

  • La scorgo nel piazzale della sua azienda, nella zona industriale di un paesino vicino Cento, povincia di Ferrara. Non è stato facile trovarla. E’ al telefono quando ci vede arrivare da lontano. Si mette a ridere.

     “La RAI!”, non ci può credere. Chiama tutti a raccolta, ci chiede come mai siamo arrivati fin là, cerca di convincerci che non c’è nulla di strano, nulla di speciale, in quel piazzale. A parte il fatto che tutti, qui, sorridono. E dopo una settimana di pianti, di disperazione, di lutto, di paura, girando tra i borghi distrutti dal terremoto di questa Emilia, lei non sa, non può capire quanto faccia impressione, finalmente, vedere qualcuno sorridere. Leggi tutto…

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